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Storie di Sardegna
una mostra per raccontare le meraviglie di un territorio
Un metaforico viaggio in una terra meravigliosa, tra monti, cielo e mare. Questo è quello che propone “Regioni di Carta: Storie di Sardegna tra libri e oggetti dell’Università di Padova”, la mostra organizzata dal Museo di Geografia e dalla Biblioteca di Geografia, Scienze Economiche e Aziendali ed Emeroteca “Ca’ Borin” dell’Università di Padova.
L’esposizione, visitabile fino al 27 settembre presso il Museo di Geografia, nasce all’interno del ciclo di mostre “Regioni di carta” e ne rappresenta la seconda edizione.
“Molti cittadini italiani e italiane si avvicinano alla geografia a scuola attraverso lo studio delle regioni e ne hanno un ricordo un po’ sterile: tante informazioni da imparare a memoria, per quanto utili a capire e conoscere la diversità del nostro Paese” - spiega Chiara Gallanti, conservatrice del Museo - “Attraverso questo ciclo di incontri proviamo ad aprire questa scatola complessa che è la regione per mostrare una parte della sua ricchezza”.
La mostra racconta il meraviglioso territorio sardo attraverso carte geografiche storiche ed atlanti, guide di viaggio, testi di etnografia, letteratura, geografia fisica, economia, archeologia, cinema e molto altro ancora anche grazie, oltre che con molte altre biblioteche di Ateneo, alla collaborazione con il Circolo culturale sardo “Eleonora D’Arborea”, l’associazione culturale “Iscandula” e alcuni privati cittadini che hanno prestato al Museo una parte dei beni esposti.
Il lavoro in rete con gli altri Musei dell’Università di Padova, che hanno messo a disposizione parte del loro patrimonio, ha reso possibile avvicinarsi a reperti naturalistici - minerali, vegetali e animali -, archeologici e grandi opere di ingegneria, dal vivo o con l’ausilio di pannelli fotografici e video.
L’interdisciplinarità dell’esposizione favorisce un’immersione tout court nel territorio sardo per coglierne l’immensa ricchezza e varietà di risorse naturali, culturali e architettonico-ingegneristiche.
Dai minerali ai fossili
Il viaggio alla scoperta dell’isola si articola in tre delle sale di Palazzo Wollemborg, lo storico edificio sede del Museo di Geografia: la Sala Didattica, il suggestivo Salone degli Specchi e la Sala della Musica.
Ogni esplorazione che si rispetti inizia da una carta geografica e, nella Sala Didattica, se ne incontrano ben due, prestate alla mostra dalla Biblioteca di Geoscienze: una carta geologica, che identifica le varie tipologie di rocce presenti, e una mappa metallogenica, che mostra l’ubicazione dei giacimenti minerari della Sardegna.
La regione è infatti ricca di mineralizzazioni sfruttate sin dall’antichità da popolazioni come i Fenici e i Romani.
Nella mostra se ne possono ammirare alcuni esemplari, - quali la fluorite, la calcite, la barite -, patrimonio del Dipartimento di Geoscienze e del Museo della Natura e dell’Uomo.
Uno dei giacimenti più interessanti ai giorni nostri è la miniera di Silius (CA), da cui negli anni ‘70 del secolo scorso veniva estratta principalmente fluorite per la produzione di acido fluoridrico. Oggi la miniera sta vivendo una fase di rinnovamento, inserendosi nel quadro delineato dal Critical War Materials, approvato dall’Unione Europea, che mira a ridurre la dipendenza dalle importazioni extraeuropee attraverso lo sviluppo di attività estrattive più sostenibili, innovative e controllate dal punto di vista ambientale. La fluorite rappresenta oggi infatti un minerale essenziale per le moderne tecnologie oltre all’estrazione di elementi critici quali ad esempio le terre rare.
Dopo questa prima panoramica del territorio sardo e dei suoi minerali, i visitatori vengono proiettati in un viaggio metaforico nel tempo fino al Cretaceo inferiore, iniziato circa 145 milioni di anni fa. Una delle teche della Sala Didattica ospita i fossili di Leviathania leviathan, molluschi gasteropodi di grandi dimensioni che vivevano nei fondali sabbiosi delle lagune tropicali nei margini settentrionali dell’antico oceano della Tetide. I gasteropodi sono molluschi dotati di un corpo allungato, con capo ben distinto fornito di organi di senso e di un organo muscoloso e appiattito, detto piede, che serve per la locomozione. Tra loro ci sono forme che vivono in ambiente acquatico e altre adattate all’ambiente terrestre. La maggior parte è dotata di conchiglia esterna, ma esistono alcune forme con conchiglia interna e altre ancora che ne sono prive. Presenti fin dall’inizio del Paleozoico (da 538 milioni di anni fa a 251 milioni di anni fa), hanno avuto un importante e costante sviluppo nel Mesozoico (da 251 milioni di anni fa a 66 milioni di anni fa), mentre nel Cenozoico (da 66 milioni di anni fa fino ai giorni nostri) si assiste ad una vera e propria esplosione tutt’ora in atto.
Il capodoglio di Cala Pira
Di epoca contemporanea è invece il cranio del capodoglio di 6,10m ritrovato spiaggiato nel 2016 a Cala Pira, presso Castiadas in provincia di Cagliari e successivamente donato al Museo di Medicina Veterinaria dell’Università di Padova.
La probabile causa della sua morte, risalente a qualche giorno prima del ritrovamento, è riconducibile a gravi lesioni traumatiche a livello del rostro e dell'occipite, probabilmente dovute all’impatto con un mezzo natante, verosimilmente mentre risaliva in superficie per respirare.
Non è stato trasferito al Museo di Geografia per ragioni di sicurezza, ma si può ammirare dalle fotografie, parti integranti dell’esposizione.
Dalle profondità del mare alla vastità del cielo
L’esplorazione prosegue con un approfondimento sull’avifauna presente sull’isola, di cui è possibile ammirare alcuni esemplari tassidermizzati (di cui cioè la pelle preparata è stata montata su un manichino che mima le fattezze del corpo) provenienti dalla collezione Fossa, patrimonio del Museo della Natura e dell’Uomo.
La pernice sarda (Alectoris barbara), il passero sardo (Passer hispaniolensis) e lo storno nero (Sturnus unicolor) non sono specie autocone, ma incontrano nel territorio sardo il loro habitat naturale.
A chiudere la sezione è un uovo di Sterpazzola di Sardegna, scientificamente nota come Sylvia conspicillata, appartenente alla collezione ottocentesca del Museo.
Dalla natura ai manufatti umani
Pannelli e immagini ci proiettano alla scoperta della Turbina della centrale idroelettrica di Santa Chiara d’Ula, situata lungo il fiume Tirso, in provincia di Oristano.
L’imponente reperto, proprietà del Dipartimento di Ingegneria Industriale (DII) dell’Università di Padova, è esposto presso la Galleria delle Macchine dello stesso dipartimento.
Inaugurata ufficialmente il 28 aprile 1924 alla presenza del re Vittorio Emanuele III e caratterizzata da un’innovativa architettura ad archi multipli con la centrale idroelettrica integrata direttamente nel corpo della diga tra i contrafforti, la turbina era stata concepita per produrre energia elettrica, favorendo la bonifica e lo sviluppo agricolo della regione.
L’opera ha portato alla creazione del lago Omodeo, all’epoca il bacino artificiale più grande d’Europa, contribuendo alla rinascita economica e infrastrutturale dell’isola.
La turbina apparteneva alla centrale elettrica originale, ma nel tempo è stata sostituita a causa del deterioramento provocato dalla cavitazione, un fenomeno degenerativo che può verificarsi in pompe metalliche, turbine e condotte la cui superficie sia a contatto con un liquido.
Tra geografia e arte: la cartografia storica della Sardegna
Opera umana è anche la ricca cartografia storica, che vanta alcune delle più belle rappresentazioni della Sardegna raffigurate negli atlanti, molti dei quali frutto di donazioni.
Oltre a testimoniare le evoluzioni nello studio del territorio sardo, queste mappe sono delle vere e proprie opere d’arte.
Ne è un esempio la Cosmographia Universalis di Sebastian Münster, monumentale descrizione del mondo in lingua tedesca, pubblicata in più edizioni a partire dal 1544.
Il Museo ne ospita l’edizione del 1614. A partire da quella del 1550 accoglie il primo trattatello sulla Sardegna finora noto, accompagnato da due carte geografiche: una rappresentazione della Sardegna e una mappa di Cagliari. Il suo autore, Sigismondo Arquer, cagliaritano e filoprotestante, morì giustiziato sul rogo per eresia a Toledo nel 1551.
A seguire si incontra la seconda edizione italiana del Theatro del Mondo del cartografo e geografo Abraham Ortelius del 1598, la prima stampata e pubblicata in Italia. La mappa è associata ad un testo descrittivo sulla Sardegna in cui l’autore elogia la grande ospitalità del popolo sardo.
Nella teca successiva è possibile ammirare la carta geografica della regione sarda di Giovanni Antonio Magini, spesso celebrata per le sue qualità estetiche. Matematico e cartografo padovano, di cui nel 1620 uscì postumo il primo atlante d’Italia, l’autore è anche ricordato per essersi meritato la cattedra di matematica presso l’Università di Bologna, per la quale aveva concorso invano anche Galileo Galilei che si aggiudicò lo stesso insegnamento a Padova.
La cartografia del mare: gli isolari e i portolani
Oltre alle mappe che raffigurano le terre emerse, ne esistono altre utili per orientarsi durante la navigazione in mare.
La piccola mappa contenuta nel libro “ Le isole più famose del mondo” di Tommaso Porcacchi, realizzata da un incisore padovano, Girolamo Porro, è un isolario, cioè un atlante di isole.
Tra i generi cartografici più particolari rientrano anche i portolani, ovvero mappe che descrivono dettagliatamente coste, porti, marine, rade e ancoraggi, fornendo informazioni utili per l’ormeggio e la navigazione locale. Ne è un esempio la Baia di Cagliari disegnata da Joseph Roux nel 1764.
Accanto a carte geografiche molto ornamentali, come la bellissima mappa pubblicata nel 1784 dall’editore Antonio Zatta, se ne trovano altre in cui la rappresentazione è essenziale, come quella della mappa contenuta nel terzo volume dell’Atlas Novus di Willem e Joan Blaeu del 1642.
L’isola raccontata attraverso diverse prospettive
Nel Salone degli Specchi si ritorna metaforicamente sulla terra ferma, ammirando le suggestive vedute interne ed esterne di Cagliari, incise dal cartografo e statista Zuccagni-Orlandini (1784-1872). Di fronte ad esse, piccoli libri che illustrano la cartografia storica, sia da una prospettiva europea che musulmana, convivono accanto a carte tematiche moderne (anni ‘70) della Sardegna.
In un angolo interamente dedicato ai bambini si possono trovare alcuni libri messi a disposizione dalla Biblioteca “Beato Pellegrino di Studi Letterari, Linguistici, Pedagogici e dello Spettacolo” e un gioco per imparare nozioni sulla Sardegna.
Il viaggio metaforico nel territorio sardo continua attraverso le immagini e le parole: le fotografie del geografo e scrittore Eugenio Turri, molte delle quali inedite, donate al Museo dalla figlia; “Viaggio in Sardegna”, il volume di fotografie della Sardegna delle collezioni Alinari e il libro di Magdalena Mollier, che racconta la Sardegna ad un pubblico internazionale. Infine un libro fotografico sul bellissimo progetto di arte contemporanea di Maria Lai “Legarsi alla montagna” che nel 1981, reinterpretando un’antica leggenda del paese di Ulassai, legò insieme agli abitanti del luogo tutte le porte, le vie e le case con circa 27 chilometri di stoffa celeste a simboleggiare i legami affettivi tra le persone o i confini, in caso di conflitti.
La Sardegna, tra presente e passato
L’esposizione prosegue nella Sala della Musica con un altro tuffo nel passato: al centro spicca una mappa murale della regione, prodotta dell’Istituto Geografico Militare di Firenze. Nel documento sono indicate solo tre province, elemento che riconduce la sua datazione a prima del 1974 (oggi la regione ne conta otto).
Sul retro troneggia una carta Touring di inizio ‘900, che accompagnava le guide stradali, affascinante soprattutto perché disegnata con la tecnica dello sfumo, usata per simulare gli effetti della luce solare sui rilievi e donare un senso di tridimensionalità e di pendenza.
In questa sala si è scelto di giocare sul confronto tra presente e passato: è infatti possibile ammirare le carte geografiche di quattro aree della Sardegna pubblicate a fine Ottocento dall’Istituto Geografico Militare, paragonandole con le edizioni delle stesse mappe pubblicate negli anni ‘60 (in un caso, anni ‘40) del Novecento, dopo i grandissimi interventi che, soprattutto in epoca fascista, hanno trasformato il territorio dell'isola - si pensi alla fondazione di Carbonia o alle bonifiche dell’area di Mussolinia-Arborea, o ancora allo sbarramento del Tirso che diede vita al lago Omodeo.
Il sito archeologico di Nora e le Domus De Janas
Il legame della Sardegna con il suo passato è evidente nella sezione dedicata all’archeologia, dove sono esposte le foto del sito di Nora, un luogo dove l’Ateneo patavino conduce scavi da trent’anni, e quelle delle Domus De Janas, sepolcri ipogei del terzo millennio avanti Cristo che la popolazione chiamava “Case di fata” (in sardo, appunto, Domus De Janas), perché, riproducendo nella roccia in scala le forme delle abitazioni - nei casi più suggestivi con il tetto spiovente sostenuto da colonne, o a pianta circolare sormontata da un tetto di canne - davano la suggestiva idea che potessero essere abitate da queste creature fantastiche.
Le Domus De Janas, che rappresentano simbolicamente il legame tra le case nella vita terrena e in quella ultraterrena, sono state riconosciute patrimonio UNESCO nel 2025.
Nell’angolo dedicato alla letteratura, si trovano invece sia guide d’autore, come quella di Elio Vittorini, che romanzi di autrici sarde del calibro di Grazia Deledda e Michela Murgia.
Per facilitare un’immersione a tutto tondo nel territorio sardo, la sezione della mostra dedicata all’etnografia, alla musica e alla cultura propone libri, video e tracce musicali su alcuni aspetti della tradizione dell’isola.
“Con questo ciclo di mostre abbiamo voluto coinvolgere la comunità locale - e per noi è stata importantissima la collaborazione con il Circolo Sardo e con i cittadini sardi che sono interessati a partecipare alla vita della città e del Museo.” - conclude Chiara Gallanti - “Abbiamo scelto insieme parte del materiale da esporre. La mostra è anche un modo per mettere alla prova tutta una serie di stereotipi che abbiamo,- in questo caso sulla Sardegna, ma lo stesso potrebbe valere per le altre regioni d’Italia. Le aspettative che una persona ha entrando sarebbe bello che potessero essere disilluse in senso positivo e gli eventuali pregiudizi potessero essere disattesi. La ricchezza di quest’isola è stata una scoperta anche per noi”.



